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“HA BARATO!” Pochi secondi dopo la scioccante sconfitta alle Olimpiadi invernali del 2026, il medagliato d’argento Yuma Kagiyama è esploso di rabbia, puntando il dito contro Ilia Malinin e accusando a gran voce la stella americana di aver ricreato un salto vietato da mezzo secolo per ottenere un vantaggio ingiusto, chiedendo al Consiglio Olimpico e agli organizzatori di avviare un’indagine immediata e urgente. Dieci minuti dopo, davanti a decine di telecamere, Giovanni Malagò ha alzato lentamente la testa, con un sorriso freddo e glaciale sul volto, e ha pronunciato esattamente 15 parole taglienti. L’intero stadio è precipitato nel caos, mentre Yuma Kagiyama è rimasto impietrito, con il volto privo di colori, davanti a milioni di appassionati di pattinaggio artistico che lo guardavano da tutta Italia…

“HA BARATO!” Pochi secondi dopo la scioccante sconfitta alle Olimpiadi invernali del 2026, il medagliato d’argento Yuma Kagiyama è esploso di rabbia, puntando il dito contro Ilia Malinin e accusando a gran voce la stella americana di aver ricreato un salto vietato da mezzo secolo per ottenere un vantaggio ingiusto, chiedendo al Consiglio Olimpico e agli organizzatori di avviare un’indagine immediata e urgente. Dieci minuti dopo, davanti a decine di telecamere, Giovanni Malagò ha alzato lentamente la testa, con un sorriso freddo e glaciale sul volto, e ha pronunciato esattamente 15 parole taglienti. L’intero stadio è precipitato nel caos, mentre Yuma Kagiyama è rimasto impietrito, con il volto privo di colori, davanti a milioni di appassionati di pattinaggio artistico che lo guardavano da tutta Italia…

admin
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La tensione era palpabile nell’aria gelida dell’Arena di Milano Ice Skating, dove il pattinaggio artistico maschile individuale alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 aveva appena incoronato il suo medagliato d’argento. Yuma Kagiyama, il talento giapponese già argento a Pechino 2022, aveva appena concluso una prestazione che molti definivano perfetta, eppure il punteggio finale lo aveva relegato al secondo posto, dietro alla superstar americana Ilia Malinin. Il divario, per quanto contenuto, era bastato a scatenare l’inferno.

Pochi secondi dopo l’annuncio ufficiale del verdetto, Kagiyama, ancora con i pattini ai piedi e il respiro affannato, si è voltato di scatto verso il centro della pista. Il volto contratto dalla rabbia, ha puntato il dito contro Malinin, che stava salutando il pubblico con il consueto sorriso tranquillo. «HA BARATO!» ha urlato il giapponese, la voce che riecheggiava tra le tribune quasi deserte dei pochi rimasti dopo la cerimonia.

«Ha barato! Quel salto… quel salto è vietato da mezzo secolo! Chiedo al CIO e alla ISU un’indagine immediata, urgente! Non è possibile che si permetta una cosa del genere per vincere una medaglia olimpica!»

Le parole, pronunciate in un misto di inglese e giapponese, sono state captate dai microfoni delle televisioni e diffuse in diretta in tutto il mondo. Il riferimento era evidente: durante il programma libero, Malinin aveva inserito un backflip, il famoso salto all’indietro che dal 1976 – dopo l’esibizione di Terry Kubicka – era stato bandito dalle competizioni ufficiali per motivi di sicurezza, fino a una recente rivalutazione che lo aveva trasformato in elemento coreografico non valutato tecnicamente ma ammesso senza deduzioni dirette.

Malinin lo aveva eseguito con una pulizia impressionante, atterrando su un piede solo, proprio come aveva fatto Surya Bonaly a Nagano 1998, ma in un contesto in cui la mossa era tornata “legale” secondo le norme ISU aggiornate. Per Kagiyama, però, quel gesto rappresentava un vantaggio sleale, un’esibizione circense che rubava attenzione e punti di presentazione artistica ai salti quadrupli tradizionali su cui lui stesso aveva costruito la sua gara perfetta.

Il caos è esploso in pochi istanti. I tifosi giapponesi presenti sugli spalti hanno iniziato a fischiare, mentre quelli americani rispondevano con cori di sostegno. I giudici, visibilmente spiazzati, si sono consultati febbrilmente al tavolo. Malinin, dal canto suo, ha mantenuto la calma, limitandosi a scuotere la testa con un’espressione tra il sorpreso e l’amareggiato, prima di dirigersi verso la zona mista per le interviste.

Dieci minuti dopo, il presidente del CONI Giovanni Malagò è apparso davanti alle decine di telecamere radunate nella sala stampa principale. Ha atteso che il brusio si placasse, ha alzato lentamente la testa, lasciando che il silenzio si facesse pesante. Sul volto, un sorriso freddo, quasi glaciale, che non raggiungeva gli occhi. Poi, con voce ferma e scandendo ogni sillaba, ha pronunciato esattamente quindici parole che hanno gelato il sangue a chiunque le abbia sentite: «Il pattinaggio è uno sport, non un tribunale. Le regole valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Fine della discussione.»

In quel momento l’intero stadio – o almeno ciò che ne rimaneva – è precipitato nel caos più totale. Urla, applausi, fischi, insulti in lingue diverse. Yuma Kagiyama, che nel frattempo era stato scortato in una zona riservata per calmarsi, è rimasto impietrito davanti a uno schermo che trasmetteva in diretta le parole di Malagò. Il volto del giapponese è diventato terreo, privo di ogni colore, come se tutta l’adrenalina accumulata durante la gara si fosse dissolta in un istante.

Milioni di appassionati di pattinaggio artistico, in Italia e in Giappone soprattutto, lo guardavano attraverso i televisori, i telefonini, i tablet, percependo la profondità della ferita inferta non solo al singolo atleta, ma a un’intera concezione dello sport.

La vicenda ha radici lontane. Il backflip era stato vietato dopo l’esibizione di Kubicka nel 1976 proprio per il rischio elevatissimo di infortuni gravi alla testa e al collo in caso di caduta. Per decenni è rimasto un elemento da show, da esibizione gala, mai da competizione. Poi, negli ultimi anni, alcuni atleti come Adam Siao Him Fa in Europa avevano cominciato a inserirlo come mossa coreografica, senza punti tecnici ma con grande impatto visivo.

La ISU, nel 2024-2025, aveva formalizzato la deroga: zero punti per il salto in sé, ma contributo possibile al punteggio di componenti artistiche se eseguito con qualità. Malinin, soprannominato “Quad God” per la sua padronanza dei salti quadrupli (incluso il quad Axel), lo aveva usato tre volte durante questi Giochi: una nel team event, una nel corto e una decisiva nel libero. Ogni volta aveva scatenato il delirio del pubblico, ma anche le critiche di chi vedeva in quella mossa un’arma sleale, un modo per distinguersi senza rischiare sui quads più difficili.

Kagiyama, al contrario, aveva puntato tutto sulla perfezione classica: quadrupli impeccabili, combinazioni complesse, transizioni fluide, espressione intensa. Il suo programma libero su musiche di Turandot – omaggio al centenario pucciniano proprio a Milano – era stato giudicato da molti il più completo della serata. Eppure il punteggio complessivo lo aveva penalizzato: Malinin aveva guadagnato di più nei componenti artistici, grazie anche all’impatto emotivo del backflip. Per il giapponese, era troppo. «Non è pattinaggio artistico, è circo», aveva detto ai suoi allenatori subito dopo la gara, prima di esplodere in pista.

Le reazioni non si sono fatte attendere. La federazione giapponese ha presentato un reclamo formale entro l’ora successiva, chiedendo la revisione video del backflip e una verifica sulla sua conformità alle regole anti-doping tecnico (nonostante non ci fosse sospetto di sostanze). La ISU ha risposto con un comunicato laconico: «Tutti gli elementi sono stati valutati secondo il codice vigente. Non ci sono irregolarità». Gli Stati Uniti, tramite il proprio comitato olimpico, hanno difeso Malinin: «Ilion ha rispettato le regole. Il resto è sport agonistico, non complotto».

In Italia, il caso ha diviso l’opinione pubblica. Da una parte chi ammirava Malagò per la fermezza («Ha detto quello che tutti pensavano: basta vittimismo»), dall’altra chi trovava le parole del presidente CONI eccessivamente dure verso un atleta deluso («Poteva consolare, invece ha colpito»). Sui social, l’hashtag #HaBarato ha scalato le tendenze in poche ore, alternando meme ironici a difese appassionate di Kagiyama.

Nel frattempo, Yuma è tornato in hotel scortato dal suo staff. Non ha rilasciato altre dichiarazioni. Fonti vicine dicono che abbia pianto per ore, non per la medaglia persa, ma per la sensazione di ingiustizia. Malinin, invece, ha postato una foto con la medaglia d’oro e una caption semplice: «Grazie a tutti. Continuiamo a spingere i limiti». Nessuna menzione del caso.

Il pattinaggio artistico esce da questi Giochi con una ferita profonda. La domanda che resta sospesa è una sola: il backflip è davvero il futuro dello sport, o il suo tradimento? Per ora, la risposta di Malagò risuona ancora nelle orecchie di chi c’era: quindici parole che hanno chiuso una porta, ma aperto un dibattito destinato a durare anni. E Yuma Kagiyama, con il volto privo di colori davanti a milioni di schermi, rimarrà per sempre l’immagine di un atleta che ha osato gridare contro il sistema, pagando un prezzo altissimo.